La storia di Silvia

“Sono nata nel 1988 e a casa mia già si respirava aria di riciclo, di moda e di sostenibilità in tutte le sue forme. I miei genitori sono sempre stati due persone con un forte senso di responsabilità sociale, forse anche per necessità di valorizzare quello che avevano; avevano poco ma hanno fatto grandi cose.

Mio padre era uno che “se si può riparare facciamolo subito” e mia madre non è da meno.

Mia mamma è una sarta, di quelle che in paese tutti la conoscono. Ha sempre adorato cucire, per passione più che per guadagnarci, infatti il baratto è una pratica che ha sempre praticato: una cassetta di arance in cambio di un cambio cerniera. Ancora oggi forse non si è resa conto di quanto valore abbia avuto tutto quello che ha fatto per la sua famiglia ma anche per tutti quelli che la conoscono come Marisa la sarta, anche se il suo nome all’anagrafe è Maria Lucia.

Non ho mai fatto il taglio, il corso per imparare a cucire, eppure mi sono ritrovata a rammendare e utilizzare la macchina da cucire; probabilmente ho imparato per osmosi osservando mia mamma cucire.

Ho imparato da lei a riconoscere la qualità di un capo senza leggere l’etichetta. A un buon tessuto è sicuramente data più attenzione nelle rifiniture, e mia mamma alla qualità delle cuciture ha sempre dato grande importanza.

Non sono vissuta in una famiglia ricca economicamente, i miei genitori sono sempre stati persone di dignità, e di valori. Pochi vestiti ma di qualità. Adoravo quando una/due volte l’anno si andava a comprare abbigliamento. Mi sono sempre piaciute le griffe, non tanto per mostrarle ma perché sapevano di buono. Negli anni dell’università mi sono poi adeguata anche a quello proposto dalla fast fashion ma comunque non ho mai smesso di guardare il materiale di cui erano composti i capi e come fossero le rifiniture, naturalmente.

Quantificare le scatole presenti a casa dei miei genitori, scelte da mia mamma per conservare bottoni, ritagli di stoffe pregiate, cerniere, riviste di moda è praticamente impossibile e lei ne è orgogliosamente gelosa. Sono forse la sua eredità alla quale tiene di più. Di gioielli non ne ha, pochi quelli regalati da mio padre, però le scatole con i suoi tesori, di quelle ne ha tante.

Con mio padre erano identici sotto questo punto di vista. Ogni scatola della sua stanza dei lavori ha un’etichetta con scritto cosa c’è dentro. Maniaco dell’ordine ha sempre voluto insegnarci il valore di tenere a quello che si ha. L’ordine per me è questo infatti: valorizzare quello che abbiamo. Gli abiti nell’armadio ben sistemati infatti hanno tutto un altro sapore rispetto ad un armadio che apri e non sai dove mettere le mani.

Mi accorgo all’età di 32 che quel mondo che ha sempre amato mia Mamma è anche il mondo che io adoro. Forse soffriamo di riciclo compulsivo ma comunque non vedo il motivo per non riciclare qualsiasi cosa che sia ancora in buono stato.

Atotus ha un sapore di genuinità, di qualità e di buone pratiche. Quello che Atotus è e spero sarà è anche il frutto di quello a cui nella vita ho dato valore.

Un grazie enorme a miei genitori, Angelo e Marisa, perché senza di loro non sarei mai quella che sono e forse senza di loro Atotus non avrebbe mai avuto vita”.

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