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100% cotone. Fine della storia?

100% cotone

Quando leggiamo queste tre parole su un’etichetta pensiamo spesso di aver capito tutto quello che c’è da sapere. In realtà abbiamo appena iniziato.

Perché “100% cotone” ci racconta di cosa è fatto un capo.

Non ci racconta come è stato coltivato.
Non ci racconta chi lo ha lavorato.
Non ci racconta quanta acqua è stata utilizzata.
Non ci racconta se proviene da una nuova coltivazione o da materiali già esistenti.

In altre parole: stiamo leggendo una parte della storia. Il problema è che spesso è la parte più breve.

Il dato che ci ha fatto fermare

Probabilmente sei arrivato qui dopo aver visto un dato sull’acqua. E in effetti è difficile non fermarsi a guardarlo.

Per produrre una t-shirt possono essere necessari mediamente:

💧 Cotone convenzionale: circa 2.700 litri d’acqua
💧 Cotone biologico: circa 250 litri d’acqua
💧 Cotone riciclato: circa 80 litri d’acqua
💧 Riuso e upcycling: nessuna nuova produzione di fibra

(Fonti: International Cotton Advisory Committee, Soil Association – Thirsty for Fashion, MDPI)

Numeri che fanno riflettere. Ma mentre preparavamo questo approfondimento ci siamo fatti una domanda: e se il consumo d’acqua fosse solo una parte della storia?

Perché quando parliamo di cotone stiamo parlando anche di persone, salute, certificazioni, filiere e scelte. Ed è qui che la storia diventa interessante.

Cos’è il cotone convenzionale?

Quando si parla di cotone senza ulteriori specifiche, normalmente si parla di cotone convenzionale. È il cotone coltivato secondo le pratiche agricole oggi più diffuse e rappresenta ancora la maggior parte della produzione mondiale.

Quando leggiamo “100% cotone” non sappiamo se quel cotone sia convenzionale, biologico, riciclato o recuperato. Sappiamo soltanto che è cotone. Un po’ come leggere “vino” senza sapere nient’altro.

Per alcuni può bastare. Per altri è solo l’inizio delle domande.

Il cotone non parla solo di ambiente

Quando si parla di cotone, il primo tema che emerge è spesso quello ambientale. Ma dietro ogni fibra ci sono anche persone: chi coltiva il cotone, chi lo raccoglie, chi lo trasforma in tessuto, chi confeziona i capi che arrivano nei nostri armadi.

Non a caso il cotone viene spesso definito “oro bianco”. Un nome che racconta bene il suo valore economico, ma che ci ricorda anche una cosa importante: dietro una fibra non ci sono solo campi coltivati.

Ci sono persone.
Comunità.
Competenze.
E lavoro.

Per questo oggi molte certificazioni non guardano soltanto all’ambiente, ma introducono anche criteri sociali e tutele per i lavoratori coinvolti nei processi produttivi.

E il cotone biologico?

Il cotone biologico nasce da coltivazioni che seguono regole più rigorose: niente pesticidi sintetici, niente fertilizzanti chimici di sintesi, niente sementi geneticamente modificate.

L’obiettivo è ridurre l’impatto ambientale e tutelare la salute del suolo.

Ma c’è un altro aspetto che spesso interessa chi indossa il capo. Molte persone scelgono questi materiali anche per una maggiore attenzione al benessere e al contatto con la pelle.

E qui arriva un dato che ci ha fatto alzare le sopracciglia. Nonostante se ne parli sempre di più, il cotone biologico rappresenta ancora circa l’1,4% della produzione mondiale.

Tradotto: su 100 t-shirt prodotte nel mondo, meno di due provengono da coltivazioni biologiche.

(Fonte: Textile Exchange – Organic Cotton Market Report)

Il cotone che quasi nessuno conosce

Tra il cotone convenzionale e quello biologico esiste una fase intermedia chiamata cotone in conversione. Si tratta di coltivazioni che stanno passando al biologico ma che non hanno ancora completato il percorso necessario per ottenere la certificazione.

Sostenere queste produzioni significa spesso sostenere un cambiamento già iniziato.

(Fonte: Textile Exchange)

E il cotone riciclato?

Nel caso del cotone riciclato la fibra non nasce da una nuova coltivazione, ma dal recupero di materiali esistenti, come scarti tessili o capi arrivati alla fine del loro primo ciclo di vita.

Le fibre vengono selezionate, lavorate e trasformate in nuovi filati, una seconda vita per materiali che altrimenti rischierebbero di diventare rifiuti.

L’Italia rappresenta una delle eccellenze europee in questo ambito. Distretti tessili come quello di Prato hanno sviluppato competenze riconosciute a livello internazionale nella rigenerazione delle fibre tessili.

E il recupero, l’upcycling e le giacenze?

Esiste poi un’altra categoria che raramente compare nelle etichette. Parliamo di tessuti provenienti da giacenze, campionari, fondi di magazzino o materiali inutilizzati che vengono recuperati prima di diventare uno scarto.

In questi casi non viene prodotta una nuova fibra, si lavora con una risorsa che esiste già.

È il principio che sta alla base dell’upcycling: mantenere il più possibile il valore del materiale esistente e trasformarlo in qualcosa di nuovo.

A volte immaginiamo l’economia circolare come qualcosa di estremamente tecnologico. Poi scopriamo che può iniziare anche da uno scaffale. O da un rotolo di tessuto dimenticato in magazzino.

Questo significa che spesso si ottengono produzioni limitate, piccoli lotti o addirittura pezzi unici. Ogni tessuto recuperato porta con sé una storia che non è stata interrotta, ma semplicemente reindirizzata.

Le certificazioni: facciamo un po’ di ordine

A questo punto potremmo chiederci: come facciamo a orientarci tra tutte queste informazioni?

È qui che entrano in gioco le certificazioni. Quando si inizia ad approfondire il tema del cotone compaiono rapidamente sigle che sembrano uscite da una partita a Scarabeo.

GOTS. OCS. GRS. RCS. OEKO-TEX.

La buona notizia è che non serve impararle tutte a memoria. Basta sapere che ognuna racconta una parte diversa della storia.

GOTS – Global Organic Textile Standard

È una delle certificazioni più complete e riconosciute nel settore tessile. Verifica la presenza di fibre biologiche ma considera anche criteri ambientali e sociali lungo la filiera produttiva.

OCS – Organic Content Standard

Verifica la presenza e la tracciabilità del contenuto biologico all’interno del prodotto.

GRS – Global Recycled Standard

È una delle certificazioni più diffuse per i materiali riciclati. Verifica la presenza di contenuto riciclato e include requisiti ambientali, sociali e chimici lungo la filiera.

RCS – Recycled Claim Standard

Si concentra principalmente sulla tracciabilità e sulla verifica del contenuto riciclato presente nel prodotto.

OEKO-TEX Standard 100

Questa certificazione risponde a una domanda diversa: non certifica che il cotone sia biologico o riciclato.

Verifica che il prodotto finito sia stato testato per la presenza di sostanze considerate nocive per la salute. È una certificazione particolarmente interessante per chi presta attenzione al contatto diretto tra tessuto e pelle.

In breve

Se vuoi sapere: cerca…

Se il cotone è biologico: GOTS, OCS.
Se il materiale è riciclato: GRS, RCS.
Se il prodotto è stato testato per sostanze nocive: OEKO-TEX Standard 100.

E se un marchio non è certificato?

Esistono piccole realtà che acquistano tessuti provenienti da filiere certificate ma che non possiedono una certificazione propria. Le certificazioni hanno costi e procedure che non tutte le aziende riescono a sostenere.

Questo significa che dobbiamo fidarci sulla parola? Nemmeno.

Possiamo però fare una domanda in più.

Da dove arriva il tessuto?
Chi lo produce?
Esistono certificazioni del fornitore?
Quanto il marchio è disposto a raccontare il proprio percorso?

Spesso la trasparenza è già una risposta.

E noi, in tutto questo?

Queste domande fanno parte della storia di Atotus fin dall’inizio. Per questo abbiamo scelto di non lavorare con cotone convenzionale e di concentrarci su alternative come il cotone biologico, il cotone in conversione, il cotone riciclato e i tessuti provenienti da recuperi e giacenze.

Ci piace sostenere il recupero di materiali già esistenti. Ci piace collaborare con aziende italiane che investono nel riciclo tessile. Ci piace valorizzare tessuti che altrimenti rischierebbero di rimanere inutilizzati. E ci piace lavorare con realtà che scelgono di certificare il proprio percorso o che sono disponibili a raccontarlo con trasparenza.

Per noi l’economia circolare non riguarda soltanto i materiali. Riguarda le persone, le competenze, le relazioni e le risorse che stanno dietro a ogni prodotto.

Queste sono le scelte che oggi sentiamo più vicine al modo in cui immaginiamo il futuro del tessile. Non perché siano le uniche possibili. Ma perché sono quelle che ogni giorno scegliamo di sostenere.

Una piccola nota sul riuso: acquistare un capo usato o recuperato non significa automaticamente fare una scelta consapevole. Anche il riuso può essere influenzato da dinamiche di acquisto impulsivo o accumulo che ricordano quelle della fast fashion. Ma questo merita probabilmente un Appunto dal Circuito tutto suo.

Ci fermiamo qui.

Se sei arrivato fino a questo punto senza addormentarti tra GOTS, OCS, GRS e tutte le altre sigle, ti facciamo i complimenti. Speriamo soprattutto di averti lasciato qualche informazione utile e qualche domanda in più.

In fondo è proprio questo l’obiettivo degli Appunti dal Circuito.

Non dare risposte definitive.
Ma aiutarci a fare domande migliori.

Ti è stato utile questo Appunto dal Circuito?
C’è una certificazione che non hai mai capito fino in fondo?
Un materiale che ti incuriosisce?
Un tema che vorresti vedere nei prossimi Appunti dal Circuito?

Scrivici a info@atotus.it.

Saremo felici di leggerti e, perché no, di trasformare la tua domanda nel prossimo Appunto dal Circuito. ♻️

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