Appunti dal circuito

Quanto vale la felicità?

quanto vale la felicità

Oggi vi parlo di felicità.

È da un po’ di tempo che ci penso. Tutto è partito da un momento preciso dello scorso anno, in cui ho vissuto un periodo in cui ho sentito qualcosa dentro, molto forte, che ho associato proprio a questa parola: felicità.

Da allora ho iniziato quasi involontariamente a osservarla. Nelle persone, nelle cose che raccontano, nel modo in cui dicono di essere felici o in cui, almeno da fuori, sembrano esserlo. E inevitabilmente ho iniziato anche ad andare indietro, cercando di ricordare i momenti della mia vita in cui mi sono sentita felice, a partire da quando ero bambina. Alcuni li riconosco subito. Per altri sono certa che lo fossi senza rendermene conto e sono felice di averlo riconosciuto oggi, perché mi aiuta a mettere i puntini sulle cose belle e non sulle altre.

Poi, un lunedì pomeriggio qualunque, uno di voi è entrato nel nostro negozio di Trento e mi ha detto una cosa che si è infilata perfettamente in tutti questi pensieri: “Venire qui mi rende felice.”

Non sapeva spiegarmi esattamente perché. Forse era l’acquisto, forse il luogo, i colori, il profumo. Mi ha raccontato che gli piaceva persino il tragitto per arrivare fino da noi. Sapeva semplicemente che ogni volta che veniva nel nostro negozio provava quella sensazione.

In quel momento mi sono sentita felice anch’io. Sentire che qualcosa che hai creato può generare una sensazione del genere in un’altra persona è stato bello. Ma quella frase mi ha fatto pensare anche ai miei acquisti e ai luoghi in cui comprare qualcosa mi fa stare bene.

Anche a me piace acquistare. O forse, più precisamente, mi piace spendere bene. Ho la sensazione che l’acquisto stia cambiando — o forse mi piace pensarlo — e che non sia più solo una questione di quantità o di prezzo, ma anche dell’esperienza e del valore che gli attribuiamo.

Alle feste di paese, per esempio, non riesco praticamente mai a resistere ai pirolotti. Dietro quelle feste ci sono volontari che lavorano per mesi per creare qualcosa per una comunità. Partecipo volentieri e, per una qualche ironia della sorte, torno quasi sempre a casa con qualcosa di tessile.

Una cosa posso quindi già anticiparvela: questo Appunto non finirà dicendo che per essere felici dobbiamo avere meno. Avere meno e avere ciò che ci rende felici sono due cose molto diverse.

A forza di osservare, ricordare e farmi domande, ho messo insieme un gran minestrone di pensieri. A un certo punto ho deciso di metterlo nero su bianco e portarvi con me. Dentro ci sono soldi, tempo, sostenibilità e parecchie deviazioni. Per sapere dove sono arrivata, però, dovrete avere il coraggio di arrivare fino in fondo.

Mentre pensavo a tutto questo mi è tornata in mente una lezione della mia laurea magistrale in economia. Parlavamo di come si misura il benessere e ricordo di aver scoperto allora una cosa che mi aveva incuriosita parecchio: anche la felicità si prova a misurare.

Siamo abituati a dare un numero a moltissime cose. Il PIL ci racconta quanto produce un Paese, abbiamo indicatori per reddito, occupazione e consumi. Ma come si misura la felicità?

Una delle risposte arriva dal World Happiness Report, che ogni anno prova a raccontare quanto le persone siano soddisfatte della propria vita. E la cosa interessante è che non decide chi dovrebbe essere felice sommando semplicemente PIL, salute e condizioni economiche. Parte dalle persone.

Possiamo provare anche noi.

Immaginate una scala da 0 a 10. In fondo c’è la peggiore vita possibile per voi, in cima la migliore.

Dove vi mettereste oggi?

Questa è la Cantril Ladder, uno degli strumenti utilizzati dal World Happiness Report per misurare la soddisfazione rispetto alla propria vita. Solo dopo aver raccolto le risposte si cerca di capire perché cambino da un Paese all’altro, osservando fattori come reddito, sostegno sociale, salute e libertà nelle proprie scelte.

Poi sono arrivata all’OCSE. E qui la cosa mi è piaciuta ancora di più.

Perché, semplificando parecchio, quando l’OCSE parla di benessere soggettivo ci dice che non stiamo parlando di una cosa sola. Una cosa è quanto siamo soddisfatti della nostra vita nel complesso, un’altra è quello che proviamo durante le nostre giornate. C’è poi il senso che attribuiamo a quello che facciamo, quanto sentiamo di poter scegliere e crescere.

E queste dimensioni non devono necessariamente coincidere. Possiamo essere soddisfatti della nostra vita e attraversare una giornata difficile, oppure vivere un momento di felicità dentro un periodo complicato.

E così il minestrone è diventato ancora più grande.

Perché se all’inizio vi ho raccontato che mi piace spendere bene, è vero anche il contrario: mi fa stare bene risparmiare. Ogni mese parto da quello che voglio mettere da parte. È una cosa che ho imparato da mia mamma: una parte si risparmia o si investe e, da quel momento, quei soldi non li hai. Mio fratello su questo è decisamente livello Pro, ma questo è un altro Appunto.

Pensando ai soldi, però, è arrivato il tempo. Ci vuole tempo per guadagnarli e anche per godersi quello per cui abbiamo deciso di spenderli. I soldi possiamo metterli da parte oggi e utilizzarli tra dieci anni. Con il tempo non possiamo fare la stessa cosa.

Ed è qui che ho ritrovato ancora l’OCSE, questa volta in un posto che non mi aspettavo: tra gli strumenti utilizzati per misurare il benessere ci sono anche i diari sull’uso del tempo. Si prova a ricostruire come trascorriamo le nostre giornate, cosa facciamo, con chi siamo e quanto piacevoli o spiacevoli siano state determinate attività.

La domanda allora cambia leggermente: non soltanto “come va la mia vita?”, ma anche “come sto trascorrendo la mia vita?”

E visto che siamo finiti a parlare di diari, apro una piccola parentesi. Viviamo in Trentino e prima o poi una deviazione verso la montagna doveva capitare anche in questo Appunto.

Proprio in questi giorni ho trovato dei diari della montagna, pensati per accompagnarci durante le escursioni e tenere traccia dei percorsi, dei luoghi e dei ricordi che ci portiamo a casa. Mi sono piaciuti e li ho ordinati: presto arriveranno nel nostro negozio di Trento. Dopo aver scoperto che persino l’OCSE utilizza i diari per capire qualcosa in più su come trascorriamo il nostro tempo, direi che adesso ho anche un’ottima giustificazione per averli scelti.

Ed è stato proprio il tempo a riportarmi alla sostenibilità.

Lavorando ogni giorno in questo ambito sono abituata a pensare alle risorse e a chiedermi se il modo in cui le utilizziamo possa continuare nel tempo. A un certo punto mi è venuto spontaneo fare la stessa domanda sulla vita.

Il tempo è una risorsa che non possiamo mettere da parte per utilizzarla più avanti. E allora mi sono chiesta: il modo in cui sto utilizzando il mio tempo è sostenibile per la mia felicità?

Non penso che la risposta sia lavorare meno, comprare meno o fare meno cose. E non credo nemmeno che esista una quantità corretta di tempo da dedicare a ogni parte della nostra vita. Ma questa domanda mi ha riportata esattamente al punto da cui ero partita.

Dopo tutte queste letture, scale da zero a dieci, indicatori, soldi, tempo, pirolotti e persino un diario della montagna, credo di aver capito almeno una cosa.

La felicità sarà diversa per ciascuno di noi. Avrà forme, tempi e ragioni diverse. E forse è proprio per questo che non è nemmeno necessario riuscire a spiegare esattamente che cos’è.

Può essere una sensazione di pace o un momento di euforia. Può durare un periodo, un pomeriggio o anche soltanto il tempo di una risata. Possiamo sentirla per qualcosa che accade a noi oppure essere felici per qualcun altro, perché sappiamo che gli è successa una cosa bella o semplicemente perché lo vediamo felice. E può comparire anche in momenti in cui, dentro di noi, convivono sensazioni molto diverse.

Forse è proprio questo che rende così complicato darle un valore: la felicità non è necessariamente uno stato in cui stare, è anche una sensazione che possiamo incontrare.

E se c’è qualcosa che credo possa valere per tutti, è questo: la felicità va riconosciuta.

Possiamo passare molto tempo a pensare sarò felice quando…, rischiando di non vedere alcuni dei momenti che stanno succedendo proprio adesso. La felicità è effimera e, nella mia idea, vuole essere vista per presentarsi più spesso.

Eppure forse a volte ci fa anche un po’ paura dire ad alta voce: “Sono felice.” Per scaramanzia, quasi come se riconoscere apertamente un momento bello potesse in qualche modo sfidare la sorte.

Ma quello che può succedere dopo non cambia il momento in cui siamo stati felici. Non lo cancella, non lo rende meno vero. E allora perché non dirlo?

A noi stessi, a chi amiamo, ma anche a chi ha fatto qualcosa che ci ha reso felici. Perché c’è un’altra cosa che ho capito in tutto questo osservare: la felicità può essere contagiosa.

Se qualcuno ha fatto qualcosa per noi e quella cosa ci ha reso felici, riconoscerglielo può renderlo felice a sua volta. E possiamo essere felici per qualcun altro semplicemente perché sappiamo che gli è successa una cosa bella o perché lo vediamo felice.

In fondo è quello che è successo anche a me quel lunedì pomeriggio nel nostro negozio di Trento. Qualcuno mi ha detto che venire da noi lo rendeva felice e, nel momento in cui ha scelto di dirmelo, ha reso felice anche me.

Forse la felicità funziona anche così. È una sensazione che proviamo dentro, ma non necessariamente rimane lì. Può passare da una persona all’altra. Possiamo riceverla, riconoscerla e qualche volta persino restituirla.

Non so ancora come si quantifica la felicità. Ma dopo tutto questo minestrone, credo di aver capito almeno una cosa: quando c’è, vale la pena riconoscerla. E forse anche dirlo.

E forse, mettendo insieme tutti quei momenti, un giorno arriveremo alla somma di una vita e potremmo dire semplicemente:

in questa vita sono stato felice.

Silvia

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